
I tre bambini vagarono qua e là, incerti, chiamando, finché Esk non decise che non potevano più posporre di salire di sopra. Il rumore sordo del nottolino sulla porta della scaletta risuonò parecchio più forte del normale.
La Nonnina era stesa sul letto, con le braccia conserte sul petto. Il vento aveva spalancato la finestrella e aveva spinto la neve morbida sul pavimento e sopra il letto.
Esk fissava la trapunta variopinta sotto il corpo della vecchia, perché a volte un piccolo dettaglio poteva espandersi e riempire tutto il mondo. Udì appena Cern che si era messo a piangere. Stranamente, in quel momento ricordava il padre che aveva confezionato la trapunta due inverni prima, quando la neve era stata quasi altrettanto abbondante e nella fucina c’era stato poco lavoro. E come lui avesse usato ogni tipo di stracci che erano arrivati a Cattivo Somaro da tutto il mondo: seta, cuoio, cotone, lana. E, naturalmente, dato che lui non era molto bravo nel cucito, ne era risultato uno strano oggetto informe e pieno di bozzi, più simile a una tartaruga piatta che a una trapunta. E la madre aveva generosamente deciso di regalarla alla Nonnina la scorsa Notte della Posta al Cinghiale? E…
— È morta? — chiese Gulta, come se Esk fosse una esperta in materia.
La piccola alzò gli occhi su Nonnina Weatherwax. Il viso della vecchia era affilato e grigio. Era quello l’aspetto di una persona morta? Il suo petto non avrebbe dovuto alzarsi e abbassarsi?
Gulta si riprese.
— Dovremmo andare a cercare qualcuno e dovremmo partire ora perché tra un minuto farà buio — dichiarò. — Ma Cern rimarrà qui.
Il fratello lo guardò esterrefatto.
